martedì 16 gennaio 2018

Marco Minniti e Nicola Gratteri: due facce losche dell'imperialismo italiano, di Stefano Zecchinelli


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L’imperialismo italiano, a differenza di quello che dicono alcuni campisti confusi, si è dimostrato essere abbastanza feroce. Non regge il passo con quello USA e britannico oppure con il sionismo, tuttavia non dobbiamo dimenticarci dei numerosi crimini commessi dalla ‘’nostra’’ borghesia “stracciona”. Il tempo passa e l’Italia resta sempre la stessa: una nazione sub-imperialistica – un imperialismo con le toppe nel di dietro rispetto a Washington – capace d’accodarsi, senza farsi nemmeno troppo domande, ad orrendi eccidi coloniali. I volti della sua classe dirigente sono diversi, esprimono posizioni apparentemente difformi eppure il messaggio è sempre lo stesso: i popoli coloniali non devono autodeterminarsi. Il “picchiatore” Marco Minniti ed il procuratore –’ultra-reazionario – Nicola Gratteri, rientrano in questo indegno quadretto. Si tratta di due losche facce della stessa medaglia.
L’Africa è stata depredata dall’occidente capitalistico ed imperialistico, movimenti di liberazione nazionale e governi rivoluzionari – come quelli di Lumumba e Thomas Sankara – sono stati rovesciati da dittatori al servizio di Washington, Londra e Parigi, ma la preoccupazione di Minniti è quella di rispolverare la tradizione mussoliniana ed andare in Libia a costruire lager per migranti. Bisognerebbe spiegare a questo novello Mussolini – un Mussolini piccolo, piccolo rispetto a quello di casa a Washington,  Donald Trump (rovesciando la sua spregevole battuta contro i paesi del centro America) – che la Libia grazie al governo popolare di Gheddafi era uno dei paesi più prosperi di tutta l’Africa. E’ per distruggere una nazione ricca e sovrana che il sub-imperialismo italiano s’è accodato agli imperialismi francese, inglese e statunitense sbudellando lo stato libico? I lager di Minniti verranno costruiti sotto il patrocinio del Comando Africa della NATO, insomma siamo davanti all’ennesima porcheria della borghesia predatrice yankee.
Minniti è di fatto politicamente un reazionario e umanamente un codardo, con la sua ‘’tolleranza zero’’ verso i poveracci e le braccia mollicce con mafiosi, criminali e neofascisti. Il giornalista Antonio Mazzeo ha descritto, con dati inoppugnabili, i legami fra il Ministro dell’Interno, Marco Minniti, e gli Stati Uniti. Leggiamo: ‘’ La guerra a tutto campo contro il “terrorismo islamico” diviene un pallino fisso del capo politico dell’intelligence. Il 1° settembre 2016 a Palazzo Chigi s’insedia un’inedita creatura di Minniti: la “commissione di studio sul fenomeno dell’estremismo jihadista”. Coordinatore il prof. Lorenzo Vidino, docente alla George Washington University (accademia privata che ha forgiato alcuni potenti funzionari del dipartimento di Stato Usa e della CIA), in commissione siedono docenti di atenei italiani, la ricercatrice dell’Institute for National Security Studies di Tel Aviv Benedetta Berti e alcuni noti editorialisti come il direttore di Limes Lucio Caracciolo, Carlo Bonini di Repubblica e Marta Serafini del Corriere della Sera. Nei giorni scorsi Minniti e Gentiloni hanno presentato una prima elaborazione del pool di esperti. “I percorsi di radicalizzazione si sviluppano soprattutto in alcuni luoghi: nelle carceri da un lato e nella rete web dall’altro”, ha spiegato Gentiloni. “Insieme alla vigilanza massima e alla prevenzione per il rischio che la minaccia si riproponga, il governo è impegnato su politiche migratorie che devono coniugare l’attitudine umanitaria con politiche di rigore ed efficacia nei rimpatri”. Meno diplomatico il neoministro Minniti che ha preferito ai rimpatri la declinazione “espulsione”, preoccupato per il “pericolo crescente” della connection migranti irregolari – terrorismo. Con l’obiettivo di accelerare le espulsioni e rafforzare il controllo militare alla frontiera meridionale, Marco Minniti ha pianificato un tour mediterraneo per incontrare capi di Stato e ministri. I primi di gennaio si è recato a Tunisi e Tripoli per discutere di cooperazione bilaterale contro l’immigrazione clandestina e la “minaccia terroristica”. La missione in Libia, in particolare, segna “l’inizio di una nuova fase di cooperazione tra i due Paesi”, dicono dal Viminale: Minniti e al Sarraj hanno concordato l’impegno ad affrontare insieme ogni forma di contrabbando e protezione delle frontiere, in particolare al confine meridionale, quello con Ciad e Sudan. Sempre a gennaio Minniti si recherà a Malta e in Egitto. Il governo chiede ai paesi nordafricani e ai partner sub-sahariani (Niger, Ciad, Somalia, Nigeria, Mali, Senegal) d’implementare i programmi elaborati in ambito Ue per impedire – manu militari – che i migranti provenienti dalle zone più interne del continente raggiungano le coste del Mediterraneo, creando altresì in loco grandi centri-hub di “assistenza e rimpatrio” di chi fugge da guerre e carestie. Alle onerose missioni navali per intercettare i barconi di migranti, il Viminale preferirebbe invece puntare sull’uso di sofisticati apparati d’intelligence, come ad esempio i satelliti militari Cosmo Skymed e i droni, sia quelli spia che armati, “strumenti fondamentali in ogni contesto asimmetrico” 1. Il ‘’mussoliniano’’ Minniti non conosce il ‘’made in Italy’’: docenti da Washington e Tel Aviv (i sionisti non potevano mancare) e sofisticate armi rigorosamente statunitensi. Un frequentatore dell’FBI come Nicola Gratteri – lo stesso FBI che spedisce al creatore circa 11.000 afroamericani ogni anno – dovrebbe essere contento di tanta devozione ai signori del linciaggio ed ai padroni delle carceri private (Gratteri vuole portare il modello carcerario USA in Italia?), del resto Minniti fa parte della Fondazione ICSA (Intelligence Culture and Strategic Analysis) un centro studi costruito a Roma, nel 2009, dallo stesso Ministro dell’Interno e dall’uomo di Gladio, Francesco Cossiga. Qual è l’obiettivo che si prefigge questa fondazione? Leggiamo ciò che riporta, con estrema precisione, Mazzeo: “La Fondazione ICSA si pone l’obiettivo di analizzare i principali aspetti connessi alla sicurezza nazionale e internazionale, all’evoluzione dei modelli di difesa militare, ai principali fenomeni criminali e del terrorismo in Italia e all’estero, alla sicurezza informatica e tecnologica dello Stato e dei cittadini”. Niente di nuovo, si cerca – in pochissime parole – di copiare gli apparati burocratici e repressivi USA.
Il procuratore Gratteri è stato molto duro con Minniti: «Non mi è piaciuta – dice Gratteri – la strategia di Minniti sull’immigrazione: non è da Stato occidentale costruire gabbie in Libia. Con un terzo della spesa si potrebbero mandare in Centro Africa i nostri servizi segreti per fermare i viaggi e costruire strade e aziende. Mentre parliamo ci sono donne violentate e bambini picchiati, non sto tranquillo solo perché in Italia ci sono duemila arrivi in meno» 2. Gratteri non spiega però che i popoli africani migrano in Europa per sfuggire alle guerre imposte dagli stessi Stati capitalistici occidentali. Gratteri non è forse al corrente che gli scafisti, che strumentalizzano i flussi migratori arricchendosi sulla pelle d’interi popoli e nazioni letteralmente disintegrate, rispondono – in larga parte – direttamente o indirettamente, allo speculatore internazionale George Soros? E cosa dire dei servizi d’intelligence italiani, corresponsabili dell’assassinio della giornalista Ilaria Alpi? Nicola Gratteri racconta solo una parte della storia, del resto l’imperialismo fa il suo lavoro e questo magistrato ne è soltanto un piccolo funzionario.
In Libia c’è un legittimo movimento di liberazione nazionale guidato da Aisha Gheddafi, sono questi combattenti gli unici autorizzati a governare e ricostruire, col consenso del popolo e dei lavoratori, il paese. L’imperialismo italiano, dovunque vada, non può essere il benvenuto. I campisti che hanno ripubblicato l’intervista al magistrato – mi riferisco al sito ‘’gramsciano’’ iskrae.eu – evidentemente si sono dimenticati che l’Italia è, anch’esso, un paese imperialistico e questo, per chi pretende di rifarsi all’eredità di Gramsci, è una lacuna molto grave. Gramsci avrebbe avuto – certamente – parole ben più dure nei confronti di un Gratteri; da quando i popoli permettono ad un paese colonialistico di ‘’costruirgli le strade’’? Un ‘’gramsciano’’ che scimmiotta le cose dette da un uomo dell’FBI dovrebbe, quanto meno, farsi un esame di coscienza. La borghesia nazionalistica, nel nord del mondo (nei paesi coloniali il discorso cambia), non è mai una compagna di strada, questo un marxista non può e non deve dimenticarselo.
Gratteri, nei suoi interventi, ha rimosso il ruolo della mafia nella costituzione d’un Deep State (Stato profondo) globale dove, a detta del preparatissimo Ferdinando Imposimato, Cosa Nostra è soltanto un braccio armato – come la CIA ed i neoconservatori mille volte più potenti – della nuova classe capitalistica transnazionale. Che cosa fa il magistrato calabrese? Vuole combattere la malavita organizzata bazzicando la destra USA, una posizione priva di senso oltre che anti-etica dato il crudele progetto dei neocon. Sarebbe un po’ come voler fare la rivoluzione col permesso dell’esercito. Non bisogna fidarsi di un personaggio simile, uno da tenere, con la guardia alzata, molto lontano. Questo, credo,  è ciò che Gramsci avrebbe detto.



http://www.linterferenza.info/attpol/minniti-gratteri-due-facce-della-stessa-medaglia/

The Empire’s “Lefty Intellectuals” Call for Regime Change. The Role of “Progressives” and the Antiwar Movement, by Michel Chossudovsky

What is now unfolding in both North America and Western Europe is fake social activism, controlled and funded by the corporate establishment. This manipulated process precludes the formation of a real mass movement against war, racism and social injustice.  
The anti-war movement is dead. The war on Syria is tagged as “a civil war”.
The war on Yemen is also portrayed as a civil war.  While the bombing is by Saudi Arabia, the insidious role of the US is downplayed or casually ignored. “The US is not directly involved so there is no need for us to wage an anti-war campaign”. (paraphrase)
War and neoliberalism are no longer at the forefront of civil society activism. Funded by corporate charities, via a network of non-governmental organizations, social activism tends to be piecemeal. There is no integrated anti-globalization anti-war movement. The economic crisis is not seen as having a relationship to US led wars.
In turn, dissent has become compartmentalized. Separate “issue oriented” protest movements (e.g. environment, anti-globalization, peace, women’s rights, LGBT) are encouraged and generously funded as opposed to a cohesive mass movement against global capitalism.
This mosaic was already prevalent in the counter G7 summits and People’s Summits of the 1990s and also from the inception of the World Social Forum in 2000, which rarely adopted a meaningful anti-war stance.
Through staged protest events sponsored by NGOs and generously funded by corporate foundations, the unspoken objective is to create profound divisions within Western society, which serve to uphold the existing social order as well as the military agenda.
Syria
It is worth underscoring the role of so-called “progressive” intellectuals in paying lip service to the US-NATO military agenda. This is nothing new.
Segments of the anti-war movement which opposed the 2003 invasion of Iraq are tacitly supportive of  Trump’s punitive airstrikes directed against Syria’s “Assad regime” allegedly involved in “killing their own people”, gassing them to death in a premeditated chemical weapons attack. According to Trump “Assad choked out the lives of helpless men women and children”.
America’s Noam Chomsky in an April 5 2017 interview with “Democracy Now” (aired two days before Trump’s April 2017 punitive airstrikes against Syria) favors “regime change”, intimating that a negotiated “removal” of Bashar al Assad could lead to a peaceful settlement.
According to Chomsky: “The Assad regime is a moral disgrace. They’re carrying out horrendous acts, the Russians with them.” (emphasis added) Strong statement with no supporting evidence and documentation provided. Apology for Trump’s war crimes? The victims of imperialism are casually blamed for the crimes of imperialism:
…You know, you can’t tell them, “We’re going to murder you. Please negotiate.”That’s not going to work. But some system in which, in the course of negotiations …[with the Russians], … he [Bashar al-Assad] would be removed, and some kind of settlement would be made. The West would not accept it, …  At the time, they believed they could overthrow Assad, so they didn’t want to do this, so the war went on. Could it have worked? You never know for sure. But it could have been pursued. Meanwhile, Qatar and Saudi Arabia are supporting jihadi groups, which are not all that different from ISIS. So you have a horror story on all sides. The Syrian people are being decimated.
(Noam Chomsky on Democracy Now, April 5, 2017, See the video of the Democracy Now interview with Chomsky here
Update, Scan of Chomsky Interview Democracy Now, April 26, 2017
Similarly in Britain, Tariq Ali,  tagged by the U.K. media as the Left’s  prime leader of Britain’s anti-war movement going back to the Vietnam war,  has also called for the removal of president Bashar al Assad. His discourse is not dissimilar from that of  the Washington war hawks:
“He [Assad] has to be pushed out,… [ for which] the Syrian people are doing their best… The fact is that the overwhelming majority of people in Syria want the Assad family out – and that is the key thing that we have to understand and he [Assad] should understand…
Syria needs a non-sectarian national government to prepare a new constitution… If the Assad clan refuses to relinquish their stronghold on the country, sooner or later something disastrous will happen…That is the future that stares them in the face, there is no other future,” ” RT 2012 interview 
Tariq Ali, who is a spokesperson for Britain’s Stop the War Coalition, fails to mention that US-NATO and their allies are actively involved in the recruitment, training and arming of a (largely foreign) terrorist mercenary army.
Under the “progressive” mantle of Britain’s anti-war movement, Ali tacitly provides legitimacy to Western military intervention on humanitarian grounds under the banner of the “War on Terrorism” and the so-called “Responsibilty to Protect”(R2P). The fact that both Al Qaeda and ISIS-Daesh are supported (covertly) by US-NATO is not mentioned.
According to British author William Bowles, Tariq Ali is one among many of the Empire’s Lefty intellectuals who has served to distort anti-war activism in both North America and Western Europe:
It exemplifies the contradiction of being an alleged socialist at home and enjoying the privilege of being part of the Empire’s intellectual elite and paid very well thank you very much, whilst dictating to Syria what it should and shouldn’t do. I fail to see the distinction between Ali’s arrogance and that of the West, that called for exactly the same thing! Assad has to go!
The Existing Anti-War movement
Global capitalism finances anti-capitalism: an absurd and contradictory relationship.
There can be no meaningful anti-war movement when dissent is generously funded by those same corporate interests which are the target of the protest movement. In the words of McGeorge Bundy, president of the Ford Foundation (1966-1979),Everything the [Ford] Foundation did could be regarded as ‘making the World safe for capitalism’”. And several “Lefty intellectuals” serve the role of “making the World safe” for the warmongers.
Today’s antiwar protest does not question the legitimacy of those to whom the protest is addressed. At this juncture, “progressives” –funded by major foundations and endorsed by the mainstream media– are an obstacle to the formation of a meaningful and articulate grassroots antiwar movement acting both nationally and internationally.
A consistent antiwar movement must also confront various forms of cooption within its ranks, namely the fact that a significant sector of so-called “progressive” opinion tacitly supports US foreign policy including “humanitarian interventions” under UN/NATO auspices.
An antiwar movement funded by major corporate foundations is the cause rather than the solution. A coherent antiwar movement cannot be funded by warmongers.
The Road Ahead
What is required is the development of a broad based grassroots network which seeks to disable patterns of authority and decision making pertaining to war.
This network would be established at all levels in society, towns and villages, work places, parishes. Trade unions, farmers organizations, professional associations, business associations, student unions, veterans associations, church groups would be called upon to integrate the antiwar organizational structure. Of crucial importance, this movement should extend into the Armed Forces as a means to breaking the legitimacy of war among service men and women.
The first task would be to disable war propaganda through an effective campaign against media disinformation.
The corporate media would be directly challenged, leading to boycotts of major news outlets, which are responsible for channelling disinformation into the news chain.  This endeavor would require a parallel process at the grass roots level, of sensitizing and educating fellow citizens on the nature of  the war and the global crisis, as well as effectively “spreading the word” through advanced networking, through alternative media outlets on the internet, etc. In recent developments, the independent online media has been the target of manipulation and censorship, precisely with a view to undermining anti-war activism on the internet.
The creation of such a movement, which forcefully challenges the legitimacy of the structures of political authority, is no easy task. It would require a degree of solidarity, unity and commitment unparalleled in World history. It would require breaking down political and ideological barriers within society and acting with a single voice. It would also require eventually unseating the war criminals, and indicting them for war crimes.
https://www.globalresearch.ca/the-empires-lefty-intellectuals-call-for-regime-change-the-role-of-progressives-and-the-antiwar-movement/5625333

mercoledì 10 gennaio 2018

Dalla parte di Ahmadinejad e degli antimperialisti arrestati, di Stefano Zecchinelli


La notizia di un probabile arresto dell’ex presidente iraniano Ahmadinejad non è verificabile, non ci sono riscontri seppur alcuni media russi ed arabi vicini all’Asse della Resistenza la confermano. L’avvocato del leader antimperialista ha smentito la notizia, ma come ha giustamente sottolineato la Rete Voltaire: ‘’Tuttavia, dopo ventiquattrore non abbiamo ancora potuto accertare chi sta dicendo la verità. Né Ahmadinejad né Raissi sono apparsi in pubblico. Nessun giornalista è riuscito a contattarli direttamente. Nessuna autorità iraniana conferma o smentisce la notizia del loro arresto ’’ 1. Domanda: se la notizia fosse falsa, perchè le autorità non intervengono in prima persona?
Lasciando stare alcuni malintesi – che, alla fine, contano molto poco – chi scrive non ha mai negato il carattere autenticamente popolare delle manifestazioni in corso, ma – aldilà dei fraintendimenti – ha cercato di tenere ben distinte e separate le legittime istanze popolari e proletarie dalle provocazioni imperialistiche. Gli imperialismi USA ed israeliano si sono immediatamente mobilitati per generare il caos, ma se i bazaristi hanno alzato il tiro arrestando Ahmadinejad vuol dire che Rohani teme di più la fazione antimperialista dell’Islam sciita rispetto agli stessi provocatori sauditi e sionisti. Diceva bene Ernesto Guevara ‘’Le borghesie nazionali, nell’epoca della decadenza imperialistica, hanno più paura dei loro stessi popoli che dell’imperialismo’’. Solo dei cretini, senza mezzi termini, possono credere che Ahmadinejad abbia abdicato alla ‘’rivoluzione degli oppressi’’, quel conflitto di classe su scala internazionale che la borghesia del bazar, codarda e propensa al business, non manderà mai, e poi mai, avanti (nè avrebbe interesse a farlo).
Rohani è un neoliberista che dopo aver isolato – giustamente – i teppisti ed i provocatori si è rivolto contro l’ala antimperialista di orientamento sharitiano e i settori popolari danneggiati dalle sanzioni e dal fallito compromesso con l’imperialismo statunitense ed europeo. L’arresto di Ahmadinejad è un gesto infame fatto dal ‘’bazar’’ col sostegno del clero oscurantista, quegli stessi signori che criticarono l’ex presidente per l’affettuoso abbraccio rivolto alla madre di Hugo Chavez durante i funerali del leader bolivariano.

Per i clericali, i precetti religiosi – compresa l’antistorica teoria dei giurisperiti – vengono prima d’ogni altra cosa ma, per chi scrive, la solidarietà antimperialistica è l’unico metro di giudizio valido. Fidel Castro, Chavez ed Ahmadinejad hanno messo a punto un asse antimperialistico reale che ha inflitto a Washington significative sconfitte, regionali e globali. L’egemonia israelo-statunitense è stata messa seriamente in discussione, aldilà degli sproloqui collaborazionisti dello sceicco Rohani, un signore che presta più attenzione al business con i ‘’neo-schiavisti’’ europei piuttosto che alla salvaguardia dell’indipendenza della sua stessa nazione. L’Iran è un paese giovane, liberatosi dalla dittatura filo-USA dello Scià Reza Pahlevi, ha imboccato la strada della modernizzazione capitalistica. Nonostante ciò, la struttura socio-economica resta quella di una nazione semi-coloniale, quindi il conflitto fra gli sharitiani e la borghesia del bazar è estremamente attuale e ci chiama a posizionarci: i bazaristi vogliono mandare in frantumi il sogno rivoluzionario di Shariati, il proletariato iraniano fa benissimo a sollevarsi, seppur nel rispetto delle leggi islamiche, contro la borghesia locale e la piramide finanziaria occidentale.

La Repubblica Islamica dell’Iran – che continuo a considerare uno Stato antimperialistico – è il terreno di scontro fra due o più fazioni. Il giornalista Thierry Meyssan ci ha fornito una spiegazione eloquente: ‘’Nel 2005, l’elezione del presidente Ahmadinejad andava a regalare una seconda giovinezza alla Rivoluzione khomeinista. A differenza dei suoi due predecessori, i presidenti Rafsanjani (1989-1997) e Khatami (1997-2005), Ahmadinejad è stato non solo favorevole a una politica di indipendenza nazionale, ma è stato anti-imperialista, in linea con il pensatore della Rivoluzione, Ali Shariati. In pochi anni ha fatto dell’Iran un grande paese scientifico e industriale. Ha sviluppato la ricerca nucleare per mettere a punto un tipo di centrale che potesse essere replicato nel Terzo Mondo e consentire all’Umanità di conseguire la sua indipendenza energetica, senza il carbone, il petrolio e il gas’’ 2. E continua: ‘’Non si sottolineerà mai abbastanza l’opposizione tra i partiti iraniani. Rafsanjani e Khatami sono chierici, mentre Ahmadinejad è un Guardiano della Rivoluzione. Durante l’aggressione irachena, sono stati i Guardiani ad aver salvato il paese a rischio della propria vita, mentre il clero utilizzava i suoi lasciapassare per non mandare i suoi figli al fronte. Il clero gestisce immense ricchezze, Rafsanjani stesso è l’uomo più ricco del paese, mentre i Guardiani sono gente comune dallo stile di vita spartano. Per otto anni, l’Occidente non si è sbagliato a considerare Ahmadinejad come un avversario, ma ha preso una grossa cantonata quando qualificava questo leader, mistico e anti-clericale, come un «uomo dei mullah»’’. Con l’arresto di Ahmadinejad il conflitto iniziato dalla – fallita – ‘’rivoluzione colorata’’ del 2009 raggiunge il suo, scontato, approdo; Khamenei, come se non bastasse, sembra aver scelto i rassicuranti bazaristi in nome della – illusoria – crescita economia, frutto di scambi commerciali – non sempre vantaggiosi – con l’Europa e l’Unione Euroasiatica. Dove andrà l’Iran? Il capitalismo è la tomba della ‘’rivoluzione degli oppressi’’; quale libertà può esserci nell’economia di mercato, la stessa che sta divorando la Palestina storica permettendo ai sionisti di sfruttare risorse, umane e naturali, oltre ogni limite. Chi cede alla ‘’logica dei quattrini’’ (per dirla con Orwell) si scava la tomba da solo.
La Repubblica Islamica dell’Iran cos’ha ottenuto dagli accordi sul nucleare? Ahmadinejad ha ragione nel criticare i metodi poco trasparenti di Rohani: “Si tratta di un accordo legale che è stato stipulato fra l’Iran e diversi paesi. In Iran è stato accettato dalle istituzioni ufficiali e il governo ha annunciato la ratifica dell’accordo con le sue condizioni. Pertanto è ormai un documento legale ma riguardo alle attese che avevamo creato con l’eco mediatica e i colloqui sulla questione nucleare e, proprio perchè riguarda un tema nucleare, è stato valutato come un fattore risolutivo dell’insieme dei problemi del mondo, risolutivo per l’abolizione delle sanzioni dell’Onu illegali e unilaterali e si pensava che sarebbe stata fatta ammenda delle sanzioni con la soluzione dei problemi. Secondo me l’informazione non è stata fatta bene. Alla nazione non è stata data una corretta informazione. E poi abbiamo visto che le decisioni non sono state applicate, le sanzioni continuano, sono state imposte nuove sanzioni, alcune sono state prolungate. Le ricadute dell’accordo non sono visibili. Credo che in qualsiasi parte del mondo, quando gli accordi vengono raggiunti a così alto livello, le persone debbano avere informazioni corrette e alla gente vada chiesta la loro opinione perchè è di interesse comune. Ma intanto l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) afferma che gli iraniani hanno tenuto fede ai loro impegni mentre dall’altra parte non lo hanno ancora fatto, credo debbano farlo” 3. Del resto, la macchina mediatica e propagandistica imperialista è chiamata a manipolare e deformare la realtà vera delle cose.La menzogna è diventata la regola. Cosa dobbiamo aspettarci? Inganni, guerre, destabilizzazioni di Stati indipendenti e propaganda per occultare oscure manovre.
La difesa dell’Iran dall’imperialismo israelo-statunitense è sacrosanta. Questo però non ci impedisce di schierarci dalla parte dei lavoratori e dei ceti popolari iraniani contro le politiche del governo ‘’riformista’’ di Rohani, che rappresenta gli interessi dell’alto clero e della borghesia iraniana.


http://www.linterferenza.info/esteri/dalla-parte-del-popolo-iraniano-degli-oppositori-arrestati/






giovedì 4 gennaio 2018

mercoledì 3 gennaio 2018

E se Ahed Tamimi fosse vostra figlia?, di Gideon Levy

Come mai gli israeliani sono totalmente indifferenti alla difficile condizione della ragazza bionda dietro le sbarre che potrebbe facilmente essere la loro bambina?

di Gideon Levy
31 Dicembre 2017

Nelle ultime due settimane, ha fatto irruzione nei salotti degli israeliani, a intervalli di pochi giorni, attraverso un altro rapporto superficiale sull’estensione del suo arresto. Ancora una volta, vediamo i riccioli d’oro; ancora una volta vediamo la figura di Botticelli nell’uniforme marrone da servizio di sicurezza Shin Bet e con le manette, che la fanno assomigliare più a una ragazza di Ramat Hasharon che a una ragazza di Nabi Saleh.

Eppure anche l’aspetto “non arabo” di Ahed Tamimi non è riuscito a toccare alcun cuore qui. Il muro di disumanizzazione e demonizzazione che è stato costruito attraverso vili campagne di incitamento, propaganda e lavaggio del cervello contro i palestinesi ha sconfessato anche la bionda di Nabi Saleh.

Potrebbe essere vostra figlia, o la figlia del vostro vicino, eppure l’abuso che soffre non risveglia sentimenti di solidarietà, compassione o elementare umanità. Dopo l’esplosione di rabbia per ciò che ha osato fare, è arrivato l’impenetrabile. È una “terrorista”. Non potrebbe essere nostra figlia; lei è palestinese.

Nessuno si chiede cosa sarebbe successo se Tamimi fosse stata sua figlia. Non sareste stati orgogliosi di lei, come suo padre, che, in un editoriale che esige il rispetto, ha espresso quell’orgoglio. Non avreste voluto una figlia del genere, che ha scambiato la sua inesistente gioventù per una coraggiosa lotta per la libertà? O avreste preferito una figlia che fosse una collaboratrice? O semplicemente una testa vuota?

E come vi sareste sentiti se i soldati di un esercito straniero avessero invaso la vostra casa di notte, rapito vostra figlia dal suo letto sotto i vostri occhi, ammanettata e arrestata per un lungo periodo, semplicemente perché lei ha schiaffeggiato il soldato che aveva invaso la sua casa, e ha schiaffeggiato l’occupazione, cosa che merita molto più che degli schiaffi?

Queste domande non infastidiscono nessuno. Tamimi è una palestinese, cioè una terrorista, e quindi, non merita alcun sentimento di simpatia. Niente spezzerà lo scudo difensivo che protegge gli israeliani dai sensi di colpa, o almeno dal disagio, sul suo oltraggioso arresto, sulla discriminazione da parte del sistema giudiziario, che non le avrebbe mai prestato attenzione se fosse stata una colona ebrea.

Persino la mano indipendente del giudice, il maggiore Haim Balilti, non ha tremato quando ha stabilito che il “pericolo” posto da Tamimi, una ragazza disarmata di 16 anni, giustifica la sua continua detenzione. Anche il giudice è solo un piccolo ingranaggio nella macchina, qualcuno che fa il suo lavoro e ritorna alle sue figlie e ai suoi figli di notte, orgoglioso del lavoro spregevole della sua giornata.

Israele si nasconde dietro una cortina di ferro che non è più possibile perforare. Nulla di ciò che Israele fa ai palestinesi è ancora capace di suscitare compassione. Nemmeno la ragazza poster, Tamimi. Anche se fosse condannata a vivere in prigione per uno schiaffo, anche se fosse condannata a morte, la sua punizione sarebbe accolta con gioia aperta o indifferenza. Non c’è posto per altre emozioni umane nei confronti di alcun palestinese.

Le organizzazioni che rappresentano i disabili, che hanno intrapreso un’imponente battaglia per i propri diritti, non hanno fatto capolino quando un cecchino delle forze di difesa israeliane ha ucciso un disabile, un doppio amputato, su una sedia a rotelle nella striscia di Gaza con un colpo alla testa. Le organizzazioni femminili, che combattono con forza e aggressività contro tutte le molestie sessuali, devono ancora alzarsi in collera contro la chiusura del caso di una detenuta palestinese che sosteneva di essere stata violentata da un poliziotto di frontiera. E i membri della Knesset non hanno protestato per il vergognoso arresto politico della loro collega, Khalida Jarrar, la cui detenzione senza processo è stata nuovamente estesa la scorsa settimana per altri sei mesi.

Se neanche Tamimi riesce a suscitare sentimenti di solidarietà, shock o senso di colpa, allora il processo di negazione, occultamento e repressione – l’impresa più importante dell’occupazione, dopo gli insediamenti – è finalmente completo. Non c’è mai stata un’apatia così terrificante qui, mai l’autoinganno e le menzogne hanno ​​prevalso qui così completamente e non ci sono mai state così poche preoccupazioni morali di fronte all’ingiustizia. Mai l’incitamento ha vinto così completamente.

Gli israeliani non sono più in grado di identificarsi con una ragazza coraggiosa, anche quando assomiglia alle loro figlie, solo perché è palestinese. Non c’è più alcun palestinese che possa toccare il cuore degli israeliani. Non c’è alcuna ingiustizia che possa ancora destare la nostra coscienza, che è stata completamente estinta.

Non disturbare; i nostri cuori e le nostre menti sono stati sigillati in un modo terrificante.

Gideon Levy
Corrispondente di Haaretz

http://www.bocchescucite.org/e-se-ahed-tamimi-fosse-vostra-figlia-di-gideon-levy/

martedì 2 gennaio 2018

President Trump’s Jerusalem Decision: the End of Hegemony?, of James Petras

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Introduction
The Trump regime proclaimed that the vote in the General Assembly of the United Nations regarding the recognition of Jerusalem as the capital of Israel was a strategic US decision.
Both President Trump and his bombastic UN Ambassador Nikki Haley threatened that all decisions and agreements regarding alliances, loans, aid and diplomatic relations were at stake.
Moreover, the Trump regime clearly defined the style and substance of US imperial dictates: All UN member nations (large and small) must grovel in the most abject manner to his orders. Ambassador Haley demanded that each nation on earth accept Trump’s and the racist-Zionist Netanyahu’s declaration that the ancient city of Jerusalem is the eternal, undivided and ethnically managed capital of the Jews. Trump’s message was loud and clear – he was the great ‘decider’ and the UN votes would identify America’s true friends and enemies. “We are making a list… and there will be consequences…”
Clearly Trump’s boast of US power and Haley’s assumption that her terrifying threats would ensure that Washington had a majority vote in the ‘gifting’ of Jerusalem to Zio-fascism. They believed that US dominance and global hegemony was absolute and unassailable. The vote proved something else, something very new was happening.
The US suffered an overwhelming and humiliating defeat, one that kept Ambassador Haley dexterous fingers busy ‘taking notes’: 128 nations demanded that the Trump regime withdraw its declaration that Jerusalem was Israel’s undivided capital for Jews. Only 9 micro-nations (some mere postage stamps and a few death-squad banana-stans) voted with the Trump-Haley decision, 35 mendicant-states put their heads down and abstained while 21 timorous ambassadors chose to hide their shamelessness in the toilet stalls rather than show up for this important vote.
Political Context
First and foremost it is important to discuss the steps leading up to the US suffering such a crushing debacle. In other words, who was responsible for leading the Trump Administration by the nose down the blind alley of submission to the dictates of Zio-fascism.
The leader and driving force behind the UN disaster was Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu whose quest to seize Jerusalem and convert it into the ‘eternal’ capital of the Jews was his top priority. For decades the entire world has rejected Israel’s seizure of Jerusalem and its conversion into an ethnically cleansed capital for the ‘Jewish’ state. The UN and international jurists denounced Israel’s colonial conquest and ethnic cleansing of Palestine.
Netanyahu took charge with the election of Donald Trump as President. Operation Jerusalem was his first order to Puppet Donald. A number of Israel-First multi-billionaires, who financed Trump’s electoral campaign, demanded an immediate pay-off from their puppet: The Administration’s unconditional support for Netanyahu’s agenda. Despite protests from the rest of the world, especially the US closest European allies, Trump plunged the nation right into the Zionist soup: a Jewish Jerusalem; the systematic eviction of all Arabs, Christian, Muslim and secular, and the eventual annexation of all of Palestine; as well as an increasing military confrontation with Iran.
Real estate speculator, Jared Kushner, Trump’s pampered son-in- law, and a complete Netanyahu flunky, became the senior advisor for the Middle East. Kushner pressured Trump’s National Security Advisor General Michael Flynn to intervene with Russia on behalf of Israel’s take-over of Jerusalem. Flynn was subsequently prosecuted for discussing global US Russian relations and the ‘good soldier’ is falling on his sword on behalf of the Zionists. Not surprising, the Congressional Democrats, the FBI and the Special Prosecutor found it easier to prosecute Flynn for his discussion regarding de-escalating the tense US-Russian relations provoked by the Obama administration than his discussions with the Kremlin in support of Israel’s seizure of Jerusalem!
Netanyahu’s operational weapons in manipulating US policy involved Jared Kushner, the billionaire Israel-First donors, the AIPAC and UN Ambassador Nikki Haley. Tel Aviv succeeded in securing Trump’s commitment to the Israeli agenda, despite opposition from the entire UN National Security Council and the overwhelming majority of the General Assembly. In the style of a typical authoritarian, US President Trump grovels at the feet of his ‘superior’, Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu, while tearing at the throats of his ‘inferiors’, the 193 member nations of the UN General Assembly.
Netanyahu’s vitriolic bar room threats against the entire membership of the UN prior to the vote ensured the repudiation of all Security Council representatives with the exception of his South Carolina puppet, Ambassador Nikki Haley. Trump and Haley backed the blustering Netanyahu by issuing gangland threats to all UN representatives who dare to oppose Washington’s dictates.
In this way, Prime Minister Netanyahu secured the greatest diplomatic and political success of his career – the total submission of the US to his agenda, at the risk of a major humiliation in the UN. This, in effect, formalized Israeli hegemony over Washington, for the world to see.
In contrast to Netanyahu’s beaming success, the US suffered a historic diplomatic defeat: Fourteen times as many nations voted against the demands of the US President over– Netanyahu’s grab of Jerusalem.
What makes the defeat even more striking is the fact that all major allies and most of the biggest aid recipients openly defied the US threats. Eight of the ten biggest US aid recipients voted against Trump–Netanyahu–Haley. This bizarre troika is now left with an enemy list circling the entire globe, and a few timorous allies in the South Pacific and among the death squads of Guatemala.
Trump’s total and puerile embrace of the raving Netanyahu has exposed and widened fissures in US global hegemony.
Apart from ‘capturing’ Netanyahu’s vote, the other pro Trump nations included a handful of insignificant Pacific islands (Marshall Islands, Palau, Micronesia), Togo, a corrupt African mini-state and two banana-sized ‘death squad democracies’, Honduras and Guatemala. The latter two regimes hold power via stolen elections backed by narco-thugs in the pay (dubbed ‘foreign aid’) of the US.
All of the leading Asian and Western European countries voted against Trump. They openly rejected the crude blackmail of the US-Israel duet. Subservient regimes in Eastern Europe, corrupt regimes in Latin America and some horrifically impoverished nations in Africa and Asia chose to abstain or excuse themselves to the bathrooms of Times Square. Narco-neo-liberal regimes in Mexico, Colombia, Paraguay, Panama and the Dominican Republic abstained. Even rightwing Eastern European regimes, which usually give unquestioned support to all US demands, like Romania, Bosnia, Poland and Latvia defied Nikki Haley’s ‘name taking’ by abstaining. The ‘no-shows’ (hiding in the toilets) included US puppets like Georgia, Samoa, St Kitts and Tonga.
An openly humiliated UN Ambassador Haley was left with the task of thanking the abstainers and ‘no-shows’ for their courage and preparing a few bags of goodies (matzos, Mogan David wine and discounts to the brothels of Tel Aviv) for the torturers of Honduras and half-drowned ‘leaders’ of Palau in gratitude for such loyalty.
Conclusion
Clearly Trump’s championing of a racist, colonialist, ethnic cleansing state like Israel is view as a strategic diplomatic disaster. The Manhattan egomaniac has tied the US fortunes to the whims of a pariah state led by a complete lunatic.
Trump’s decision to demonstrate total loyalty to his Zionist billionaire campaign ‘donor-owners’ and his Israel-First son-in-law in his first major foreign policy decision failed to impress any of the influential nations of the world – East or West. Indeed, it showed how fractured and dangerously dysfunctional the US Administration had become.
Most important, Trump’s proclamation of a unipolar world based on his notion of the US’s economic power has collapsed. Israel, despite Haley’s bluster and list-taking, has no legitimacy. It’s continued Mossad assassinations of leading Palestinians and others and the increasing IDF slaughter of the spontaneous Palestinian civilian resistance has failed to improve its international standing – except among Guatemalan torturers.
However, it is not clear that the US has lost its big power influence regarding other regional conflicts. The subsequent UN Security Council vote in favor of Washington’s demands for added sanctions against North Korea demonstrated Trump’s power to intimidate the oligarchs and leaders of China and Russia.
In other words, limits on US power still depend on the issues, the allies, the diplomatic appeals, the adversaries and the distribution of benefits and costs.
In the case of Jerusalem, Real Estate Mogul Trump’s bizarre decision to hand an entire city over to the Zionists alienated all Muslims and Christians the world over, as well as the secular Western liberal nations and emerging powers, like Russia and China. The US tied its prestige to the whims of a paranoid nation arrogantly flaunting its racist superiority complex, backed by groups of immensely wealthy overseas dual citizens.
Diplomatically, Israel’s vituperative responses to any legal criticism from world bodies undermines its chances of coalition building.
Finally, Washington’s support for Israel’s perpetual and overt violation of international law and its bombing of humanitarian missions makes Israel a very costly ally.
https://www.unz.com/jpetras/president-trumps-jerusalem-decision-the-end-of-hegemony/